Di Maio promette stabilità agli Stati Uniti: “Senza maggioranza pronti a intese”

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Ma il candidato premier gela Washington su truppe a Kabul e fondi alla Nato

A un certo punto Conrad Tribble guarda Luigi Di Maio e chiede: «Ma se non fate alleanze come pensate di governare?». Sono le dieci del mattino, a Washington, il candidato premier del M5S è al Dipartimento di Stato dove da quasi un’ora sta parlando con il vice assistente segretario di Stato per l’Europa occidentale. Tribble è incuriosito, ma preparatissimo, ha seguito le elezioni in Sicilia e studiato la nuova legge elettorale: formula questa domanda al leader che potrebbe arrivare primo e vedere contemporaneamente sterilizzata qualsiasi possibilità di andare a Palazzo Chigi. È una domanda sulla stabilità di un Paese alleato da parte di un partner preoccupato dai possibili scenari. La risposta di Di Maio, inedita, è di quelle che potrebbero cambiare questi scenari: «Se non avremo la maggioranza assoluta ci assumeremo la responsabilità di non lasciare il Paese nel caos». Di Maio all’interprete fa tradurre la parola «convergenze». Non si sbilancia ma fa intendere che intese in Parlamento, magari su un programma di pochi punti, sono possibili. È il passaggio che giustifica il viaggio, il messaggio di rassicurazione che Di Maio doveva consegnare agli americani.  

 

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Tribble sorride soddisfatto perché per un’ora invece ha sentito poco di quello che gli Stati Uniti dell’era Donald Trump avrebbero voluto sentire in politica estera. Il ritiro delle truppe dell’Afghanistan, il no alle sanzioni a Mosca, i contributi in più alla Nato ma non sulle armi, e la legge, sul modello Obama, che divide le banche di investimento da quelle commerciali: sono nodi sui quali restano le distanze. Meno radicale sull’Ue e sull’euro («Vogliamo rimanere ma chiediamo di rivedere i trattati»), Di Maio, che poco dopo in congresso incontrerà Steve Scalise, capogruppo dei repubblicani alla Camera, elogia la politica fiscale di Trump: «Vogliamo riprodurla in Italia per abbattere le tasse alle imprese».  

 

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Il deputato esce comunque contento per aver avuto l’occasione «di cambiare la percezione che hanno di noi» e aver chiarito che la differenza nei rapporti che il M5S vuole mantenere sia con gli Stati Uniti sia con la Russia sta in due parole: «L’America è nostro alleato, la Russia è un importante interlocutore». Di Maio risponde su ognuna delle contraddizioni del M5S evidenziate da Tribble e spiega che ora che c’è un capo politico e candidato premier le cose nel variopinto mondo grillino cambieranno. Ma siccome è anche consapevole che non tutti tra i colleghi digeriranno la sua svolta pro-Usa, Di Maio deve cercare un difficile equilibrio tra l’esigenza di una interlocuzione con gli americani e la necessità di non alienarsi la pancia più ribelle del M5S.  

 

La prima precisazione è sulla Nato: «Non vogliamo uscire». A settembre aveva detto no all’innalzamento al 2% del Pil come contributo italiano all’Alleanza Atlantica (come chiede Trump, ndr). Ora sembra aver cambiato idea: «Non diciamo no ma abbiamo perplessità che si utilizzino 14 miliardi in più solo in armamenti. Spendiamoli in intelligence e tecnologie». Sull’Afghanistan, dove Trump ha aumentato le truppe, Di Maio tira dritto: «Se andremo al governo ritireremo il contingente». Ogni frase però è puntellata da un “ma” più tranquillizzante: «Ma confermiamo la nostra partecipazione alle missioni di pace». Stesso discorso sulle sanzioni alla Russia, sacrosante per gli Usa: «Noi siamo per toglierle. Loro sostengono che sono uno strumento. Dobbiamo capire se sta funzionando». Detto questo, «rifiutiamo qualsiasi tipo di aiuto da parte di Stati esteri che vogliono condizionare le elezioni. Il M5S non ha intenzione di stabilire relazioni con altri Stati per trarne vantaggi». L’urgenza di chiarire ancora sui rapporti con Mosca è forte e questa sintesi sembra definitiva.  

 

[ Fonte articolo:La Stampa ]

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