Terrorismo e intercettazioni: ecco perché non si può rinunciare alla privacy

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Dopo gli attentati di Bruxelles l’avvocato e scrittore Guido Scorza, esperto di diritto dell’informatica, allontana le prospettive di un maggiore controllo sulle nostre attività online: «Non c’è prova che servirebbe a qualcosa»

Più controllo sulle nostre attività digitali, più sorveglianza online, più intelligence digitale. È questo che oggi, dopo gli attentati di Bruxelles e Parigi, si sente chiedere da più parti come antidoto al terrorismo. «Ma chi garantisce che serva davvero? Manca del tutto una prova statistica o scientifica. Di certo imporremmo ai cittadini di avere meno privacy. Ma in cambio daremmo loro solo la promessa di avere più sicurezza. La scelta è politica, e la politica vera non toglie qualcosa ai cittadini senza la certezza dei risultati». Sono queste le riflessioni, e le obiezioni, di Guido Scorza: avvocato, docente di diritto dell’informatica all’Università di Bologna e alla Lateranense, giornalista e scrittore. Il suo ultimo libro – scritto per Laterza insieme alla public editor de La Stampa Anna Masera – porta nel titolo proprio questi temi: «Internet, i nostri diritti». 

 

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Privacy e sicurezza? Non dobbiamo scegliere  

Sono temi ormai usciti dal giro di esperti e appassionati della materia. Di fronte a tutte le falle investigative emerse in relazione agli attentati del 22 marzo, la domanda è lecita: ci sono strumenti da usare di più o meglio per prevenire le future minacce? «Un utilizzo più evoluto e coordinato, direi una razionalizzazione, degli strumenti d’intelligence – risponde Scorza – è sicuramente auspicabile. Sia per Bruxelles che per Parigi c’erano informazioni sufficienti per bloccare i singoli episodi, ma sono state gestite male. E proprio questa razionalizzazione può diventare la chiave tra privacy e sicurezza: smettiamo di credere che ci sia una contraddizione tra questi due diritti». 

 

Tanti dati raccolti, tanti rischi  

Più efficienza, più coordinamento, l’uso delle nuove tecnologie ovunque sia possibile: ecco le prime cose che i cittadini dovrebbero pretendere da chi è chiamato a difenderli. Senza rassegnarsi però a scenari di sorveglianza di massa. «L’idea che si debba accettare una compressione della privacy per avere più sicurezza – dice Scorza – è un messaggio pericoloso. E così il principio che chi non abbia niente da nascondere possa o debba acconsentire alla raccolta dei suoi dati. Il metodo ‘pesca a strascico’ ha molti rischi. Anche se venisse fatto in buona fede, con l’impegno a cancellare i dati che non sono utili a fini investigativi. L’esistenza stessa di quei dati crea una debolezza. Il rischio è che quel 90 per cento di informazioni ‘inutili’ diventi oggetto di attacchi informatici. E i casi Hacking Team e del sito d’incontri Ashley Madison mostrano quanto sia pericoloso – oltre che costoso – ammassare tanti dati sensibili in un posto solo». 

 

Il caso San Bernardino è diverso  

Se la raccolta «a strascico» è un male – come del resto indicano sia le leggi nazionali che la direttiva europea in materia – la prospettiva deve cambiare quando si parla di casi singoli e specifici. E soprattutto quando ci sia un giudice a decidere. È questo che Scorza suggerisce nell’affrontare la polemica tra Apple e Fbi, che si sono messi a litigare pubblicamente sull’iPhone 5c di uno dei due attentatori di San Bernardino. «È un caso molto mediatico – osserva Scorza – perché di situazioni analoghe ce ne sono altre 70 o 80 negli Stati Uniti. Ma al di là di questo credo sia un metodo che dobbiamo accettare: uno schema in cui ci sia la polizia che indaga e chiede, e un giudice terzo che decide. La partita è viziata solo dal fatto che l’ordinamento americano non prevede una norma specifica e pensata sui problemi di oggi. Per San Bernardino è stata usata ed interpretata una ‘legge ombrello’ più datata: sarebbe meglio incontrarsi intorno a un tavolo, a livello internazionale, e decidere principi più moderni e precisi. Apple obietta che fornire la tecnologia per sbloccare un iPhone aprirebbe la porta ad altri usi futuri? È un argomento che non regge: come si è visto dall’epilogo della vicenda, non è realistico pensare che le competenze su una cosa simile siano e resistano in mano a una sola persona, o a una sola azienda». 

 

[ Fonte articolo:La Stampa ]

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