Mini-Mose sul lago di Como, la Corte dei Conti assolve i dirigenti del Comune: “Troppe ingerenze della politica“

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La procura contabile aveva stimato un danno erariale di 3 milioni di euro, che chiedeva a chi aveva firmato la variante delle paratie sul lungolago. I giudici: "Troppe decisioni contrastanti da Comune e Regione, date anche per rispondere alle proteste dei cittadini"

Nessun responsabile. Tutti assolti o archiviati in fase d'indagine. L'infinita vicenda delle paratie sul lungolago di Como – il "piccolo Mose" come era stata definita l'opera – finisce in un nulla di fatto da parte della Corte dei Conti, che era stata chiamata a giudicare se due dirigenti del Comune di Como avessero causato un danno erariale di quasi 3 milioni di euro alle casse pubbliche "per l'inutile protrazione dei lavori per la progettazione e la costruzione delle paratie antiesondazione", come da accusa della procura contabile.

LA STORIA INFINITA DEL MINI-MOSE DI COMO

Con una sentenza appena pubblicata la sezione giurisdizionale della Lombardia stabilisce la sostanziale innocenza dei due dipendenti pubblici, che nel frattempo hanno anche in corso un processo penale e amministrativo per gli stessi fatti. Spiegando, però, che la loro condotta è stata causata anche da una "gestione dell'appalto con un approccio disordinato, poco coerente e a volte addirittura ambiguo" messo in atto da tutti i soggetti pubblici coinvolti, ovvero dalla Regione, dal Comune, dalla Soprintendenza e dalla Conferenza dei servizi che, di fatto, hanno condizionato pesantemente l'andamento dei lavori, causando ripetuti stop e decisioni persino contrastanti, anche sulla base delle proteste dei comaschi per il cosiddetto "muro dello scandalo".

Lago di Como, la passeggiata della vergogna lungo il cantiere: scattano gli arresti

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Negli ultimi anni, infatti, a Como non sono mancate le proteste dei cittadini che per molto tempo non hanno più potuto vedere il loro lago, coperto dalle barriere di un cantiere durato dieci anni. Se, infatti, il primo progetto approvato dalla giunta regionale della Lombardia per delle paratie antiesondazione sul lungolago è del 1990, soltanto nel 2007 viene firmato un contratto con la società Sacaim spa per realizzare l'opera. Contratto annullato dalla stessa Regione nel 2016, dopo infiniti ritardi nell'esecuzione dell'opera – ancora incompiuta – e dopo un accordo bonario per coprire i costi di una variante dei lavori con la società firmato proprio dai due dirigenti messi sotto accusa, Antonio Vito Ferro, responsabile unico del progetto (Rup), e Antonio Viola, direttore dei lavori. Proprio l'importo di quell'accordo bonario è quel danno erariale che la procura della Corte dei Conti ha quantificato in 2.932.090,99 euro, di cui 1,8 milioni a carico di Ferro e il resto a carico di Viola.

Già in fase di indagini la procura contabile aveva archiviato la posizione dell'allora sindaco di Como Mario Lucini e della sua giunta, lasciando tutta la responsabilità sui due dirigenti che nel tempo hanno firmato le autorizzazioni. Ma, per la Corte, "se da una parte le condotte dei due possono non ritenersi esenti da colpe nella gestione 'a singhiozzo' dell'appalto in esame, dall'altra deve tuttavia rilevarsi che le stesse non possono di certo qualificarsi come gravemente colpose in ragione degli interventi diretti nell'esecuzione dell'appalto, posti in essere dai vari soggetti istituzionali". E questi interventi, appunto, sarebbero anche il frutto delle "paure" dell'amministrazione per le proteste dei comaschi per il lungolago oscurato, una "protesta popolare" che anche il consulente della procura ha descritto come "decisiva per lo svolgimento successivo dell'intero progetto cui hanno, in sostanza, fatto da filtro gli interventi a vario titolo" di tutte le istituzioni coinvolte.

Insomma, per i giudici i due dirigenti non hanno agito "con sprezzante trascuratezza dei propri doveri", ma si sono trovati a dover mediare tra le richieste della politica che temeva il giudizio popolare, quelle di enti come la Soprintendenza, quelle della società che doveva realizzare l'opera. Di tutto ciò, cause penali e civili in corso a parte, cosa resta? A giugno scorso

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il presidente della Regione Roberto Maroni e il nuovo sindaco di Como Mario Landriscina avevano battezzato la riapertura "temporanea" di gran parte del lungolago, con l'abbattimento del "muro" in attesa che sia indetta una nuova gara per la ripresa dei lavori. Che – questa è la promessa – non copriranno più totalmente la vista del lago.

[ Fonte articolo: Repubblica ]

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