Dybala, Alex Sandro e personalità: tutte le ’spine’ della Juve

0

I bianconeri che pochi mesi fa erano arrivati in finale di Champions, in Europa continuano a balbettare. Due capisaldi come l'argentino e il brasiliano vivono un momento non esaltante e poi pare evidente la mancanza di giocatori di esperienza e leadership come Dani Alves e Bonucci

LISBONA – Ma chi direbbe mai che questi sono i vice-campioni d'Europa, i bi-finalisti delle ultime tre Champions, i pretendenti a un viaggio in prima classe verso Kiev? Eppure è la stessa Juve che pochi mesi sbriciolava Porto, Barcellona e Monaco nei turni a eliminazione diretta e che invece adesso in Europa balbetta, singhiozza e soprattutto torna ad avere paura di giocare come sa (come capitava quando la allenava Conte), anche se poi Allegri dice proprio che "abbiamo bisogno di avere paura per tirare fuori il meglio", come se la squadra funzionasse solamente quando si scopre sull'orlo del burrone.

È vero, in ogni caso, che in tempi recenti (ovvero i tempi di Allegri) la Juve non ha mai realmente brillato nella fase a gironi, dove per altro non ha incrociato avversari impossibili: l'anno scorso eliminò Siviglia, Lione e Dinamo Zagabria, nel 2015 fu seconda dietro al City e nel 2014 si mise in coda all'Atletico Madrid. Ed è anche vero che con il livornese i panchina il meglio i bianconeri l'hanno sempre dato nelle partite secche, persino quando sono stati eliminati (con il Bayern, due anni fa). Ma nel frattempo la squadra avrebbe dovuto completare il processo di maturazione e imparare a essere competitiva e sicura di sé anche in situazioni di difficoltà. Non sta succedendo. "Si sta sottovalutando il valore degli avversari che abbiamo incontrato", è la timida spiegazione che Miralem Pjanic ha speso dopo la notte dell'Alvalade, ma non è una giustificazione che possa reggere: dalla squadra forte davvero, il Barcellona, la Juve è stata maltrattata, poi ha battuto a fatica l'Olympiacos in piena crisi (due giorni prima ne era stato esonerato l'allenatore) e, davvero a stento, lo Sporting allo Stadium, fino ad approdare al  pareggio di Lisbona, in  casa di una formazione cui mancavano tre quarti di difesa titolare (Piccini, Mathieu e Coentrao) e il miglior centrocampista della rosa (William Carvalho, titolare del Portogallo campione d'Europa), che ha un fuoriclasse tra i pali (Rui Patricio) e una promessa in attacco (Gelson Martins) ma non molto altro, se non un trequartista che ha giocato con Novara, Udinese e Sampdoria senza mai sfondare davvero (Bruno Fernandes) e un allenatore, quello sì, tra i più bravi in circolazione e ancora oggi candidato alla panchina del Milan (Jorge Jesus). Il quadro di insieme non è all'altezza della corazzata juventina e anche il rapporto tra i fatturati, per chi ama questo genere di misurazioni, è di 7:1 a favore dei bianconeri. Si sta sottovalutando chi?

Il vero dilemma è che agli impacci della Juve non ci sono spiegazioni concrete e semplici da esporre, se non il contributo permanentemente scadente di due capisaldi come Alex Sandro e Dybala (è forse il caso di parlare invece di sopravvalutazione, nello specifico?), il quale per altro non segna in Champions da otto partite di fila, oramai; se rappresenta un problema, non lo è da oggi. Il suo score europeo comprende 5 reti in 22 gare, ed è molto lontano da quelli dei campioni di primo piano. E se è ancora giovane è pur vero che non più giovanissimo, perché alla sua età i fuoriclasse della sua generazione o di quella precedente erano già tutti pienamente affermati, mentre lui è ancora alla ricerca di una dimensione internazionale definita (è irrilevante pure il suo contributo all'Argentina, finora). Al momento, la Joya è distinguibile solamente per il suo nervosismo quando viene sostituito: a Udine uscì masticando parolacce (indirizzate a chi?), ieri ha rabbiosamente scagliato lontani i parastinchi (contro chi?).

È più probabile che, al di là della latitanza di Dybala alla guida, in Europa la Juventus paghi il disavanzo di personalità dovuto alla partenza di due giocatori che ne avevano in esubero, Dani Alves e Bonucci, e la cui leadership in campo non è stata rimpiazzata, benché a livello tecnico non se ne senta più di tanto la mancanza. Di sicuro sembra stiano tornando i tempi in cui a un rendimento interno sfavillante ne corrisponde uno internazionale mediocre, per quanto la Juve continui ad avere i risultati dalla sua: il fatto che, pur a capo diOAS_RICH(‘Bottom’); quattro partite giocate piuttosto male, e a tratti in maniera preoccupante, i bianconeri siano in ogni caso molto vicini alla qualificazione la dice lunga sul valore complessivo della rosa e sullo standard della squadra, che però si sta regolarmente esprimendo ben al di sotto del proprio potenziale. Tra tre settimane ci sarà Juventus-Barcellona: sarà l'occasione perfetta per una verifica. Per gli ottavi di finale serve una vittoria. Per dichiararsi ancora forti, anche.

[ Fonte articolo: Repubblica ]

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

*