In Vaticano nessuna richiesta di estradizione per il diplomatico accusato di pedofilia

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La Santa Sede smentisce le notizie secondo cui sarebbe stata opposta l’immunità per monsignor Capella dopo il mandato d’arresto emesso dal Canada

La Santa Sede smentisce le «notizie false» diffuse oggi da un’agenzia italiana secondo la quale il Vaticano avrebbe opposto l’immunità diplomatica per il cinquantenne monsignor Carlo Alberto Capella, il funzionario della Nunziatura degli Stati Uniti accusato di «possesso e diffusione di materiale pedopornografico», negando così l’estradizione in Canada da dove, a fine settembre, era stato emesso un mandato d’arresto a suo carico. La stessa agenzia, che citava «fonti qualificate» tra le mura leonine, affermava che il processo si sarebbe tenuto in Vaticano. 

 

Già a La Stampa fonti da Oltretevere riferivano che non era mai pervenuta alla Santa Sede una domanda per estradare Capella da parte del Canada. E che, nell’eventualità, il Vaticano non ha accordi con il Canada per l’estradizione.  

 

Poi una nota diffusa in serata dal portavoce vaticano Greg Burke ha confermato: «In merito ad alcune notizie false uscite oggi riguardanti un membro del corpo diplomatico della Santa Sede richiamato dagli Stati Uniti, posso affermare che non c’è alcuna richiesta di estradizione arrivata dal Canada né nessun processo fissato in Vaticano; l’indagine richiede collaborazione internazionale e non è ancora terminata». 

 

Intanto il diplomatico Carlo Alberto Capella, prima sacerdote per l’arcidiocesi di Milano, poi in servizio presso la sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, infine numero tre nella Nunziatura Usa, continua a risiedere tra le mura leonine presso il Collegio dei Penitenzieri, non lontano dalla Casa Santa Marta. 

 

A inizio settembre era stato richiamato da Washington a seguito della notificazione, avvenuta il 21 agosto per via diplomatica, del Dipartimento di Stato americano della «possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche». Accuse subito trasmesse dalla Segreteria di Stato vaticana al Promotore di Giustizia, Giampiero Milano, il quale – evidenziava un comunicato della Sala Stampa vaticana – ha deciso di aprire un fascicolo, avviando anche una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi sulla vicenda. 

 

Era giunta qualche settimana dopo, invece, esattamente lo scorso 29 settembre, la notizia del mandato di arresto da parte delle autorità canadesi contro il diplomatico sulla base di un’inchiesta condotta sul web e sui siti internet coinvolti, a seguito di una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini. Secondo l’indagine, di cui riferiva un comunicato della polizia di Windsor, il «sospetto» aveva scaricato e in seguito diffuso materiale di natura pedopornografica «mentre visitava un luogo di culto a Windsor, in Ontario» nel periodo tra il 24 il 27 dicembre 2016.  

 

La diocesi di London, sempre in Ontario, confermava poi tramite il suo portavoce ulteriori dettagli, e cioè di aver ricevuto una richiesta di aiuto per l’indagine e che Capella avesse violato le leggi sulla pornografia infantile utilizzando «un computer in una Chiesa locale».  

 

Inizialmente i media statunitensi precisavano che il prelato italiano fosse sospettato di possedere ma non di produrre o diffondere pornografia infantile, comprese immagini di bambini nell’età precedente la pubertà. Il rapporto della polizia del Canada includeva invece anche il reato di «distribuzione» che, secondo la Legge dello Stato della Città del Vaticano n. VIII, dell’11 luglio 2013, recante “Norme complementari in materia penale”, è punibile con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 2.500 a euro 50mila.  

  

[ Fonte articolo:La Stampa ]

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