Torino, cinquanta anni senza Meroni. Simoni: “Era un genio assoluto“

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L'ex tecnico di Genoa e Inter, ricorda l'amico e compagno di squadra, scomparso per un tragico incidente stradale il 15 ottobre 1967

TORINO – "La sera giocavamo a poker a casa sua. Era un furbetto, anche a carte". Gigi Simoni, 78 anni, ricorda con dolcezza le un sorriso l'amico Gigi Meroni, a cinquant'anni dalla scomparsa. Mezzo secolo fa, il 15 ottobre '67, il calcio italiano salutò l'ala più stravagante ed estrosa della sua storia. La ventiquattrenne farfalla granata, come fu soprannominato, morì investito in Corso Re Umberto da una 124 coupé guidata da un suo tifoso, Tilli Romeo, che poi diverrà prima portavoce di Gianni Agnelli alla Fiat e poi presidente dell'ultimo Torino nel 2000. Simoni ha condiviso con Meroni tre anni di vita granata. "Arrivammo insieme a Torino nell'estate del '64. Lui dal Genoa, io dal Mantova". Pur ricoprendo lo stesso ruolo i due Luigi non entrarono in competizione, anzi. "Potevamo giocare entrambi sia a destra, sia a sinistra. Ci confrontavamo in settimana e decidevamo quale posizione prendere la domenica. Ricordo che contro l'Inter io preferivo affrontare Burgnich mentre, dall'altra parte, Meroni, rapido, puntava Facchetti". Proprio contro i nerazzurri la farfalla granata segnò uno dei suoi gol più belli, con un destro a giro all'incrocio dei pali che beffò l'immobile Sarti. Sulla panchina del Toro sedeva un monumento come il triestino Nereo Rocco, che due anni prima aveva vinto la Coppa dei Campioni alla guida del Milan e acconsentiva a quell'anarchica autodeterminazione. "A volte – ricorda l'ex allenatore dell'Inter – mi chiedeva consigli sulla formazione. Ricordo una volta che non seppi scegliere tra due compagni e gli risposi di tirare a sorte. Si inalberò tantissimo, ringraziandomi ironicamente per l'aiuto. Era un grande allenatore, comunque, ti conquistava con il suo lato umano e la sua simpatia. Nello spogliatoio raccontava aneddoti, mezzo nudo, grattandosi la pancia".
 

Nei Sessanta i compagni di squadra facevano vita in comune anche fuori dagli impegni sportivi. "Molte volte sono salito nella sua mansarda di piazza Vittorio. Ricordo quando mi mostrò l'autoritratto che aveva dipinto. Per un attimo pensai che glielo avesse fatto un vero pittore. Era un genio assoluto, in tutto, anche nella moda. Si disegnava i vestiti e anticipava tendenze che avresti visto anni dopo diventare popolari". Le cronache raccontano di mille stravaganze di Meroni, come la celebre gallina al guinzaglio portata a spasso per le vie di Como. "Come si divertiva a raccontarcele… una volta fece l'allenatore per una squadra di ragazzi e si presentò vestito da pastore con una capra. Ma era un ragazzo perbene, mai arrogante o irridente". La prima stagione fu molto positiva per il Toro – terzo in campionato e in semifinale di Coppa delle Coppe e Coppa Italia – e sui giornali si lodò il "Luigi d'oro". Capocannoniere con dieci gol fu proprio Simoni, insieme con il capitano Ferrini. Una stagione che schiuse le porte della Nazionale. "Edmondo Fabbri era un po' all'antica. Io lo conoscevo bene, avendolo avuto come allenatore a Mantova. Avrebbe preferito convocare Meroni, ma non gli andavano a genio i suoi capelli". Poi però la chiamata arrivò lo stesso anche per il quinto Beatle.

"Eravamo un bel gruppo, c'erano anche Bolchi, Poletti e Moschino". Il terzo anno, per giocare il suo ultimo campionato, si unì a loro un altro triestino, Cesare Maldini. "No, al tavolo da poker Cesare non si sedeva, non voleva buttare i soldi, aveva già famiglia". Nell'estate del '66 la Juventus provò ad acquistare Meroni, tra i subbugli del popolo granata e richieste milionarie. La società degli Agnelli decise di rinunciare e prendere – a cifre molto più contenute – l'altro Gigi. "Continuammo a frequentarci, anche se con meno frequenza. L'allenatore della Juventus, Heriberto Herrera, era un tecnico molto severo che ci voleva a letto alle 22. Certo, a volte, lasciavamo i cuscini sotto le coperte e scappavamo via".OAS_RICH(‘Bottom’);  Quel 15 ottobre di cinquant'anni fa Simoni non lo ha dimenticato. "Rientravamo da Bologna, dopo aver pareggiato 0-0. Ci ritrovammo tutti lì, a salutarlo, granata e bianconeri. Una tragedia, per lui ovviamente, ma anche per il calcio italiano. Non aveva ancora espresso tutte le sue qualità, sarebbe arrivato a livelli ancora più alti e oggi lo potremmo annoverare come una delle migliori ali del calcio italiano, con Causio, Sala, Conti, Donadoni…"

[ Fonte articolo: Repubblica ]

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